Maxi processo Ubi, sentenza netta che è una sconfitta per la Procura di Bergamo - NOC Press

Maxi processo Ubi, sentenza netta che è una sconfitta per la Procura di Bergamo





Non ci fu alcun patto occulto. Non c’è reato. Non ci sono colpevoli. Dopo sette anni - tra inchiesta e processo - il teorema sposato dalla procura di Bergamo, secondo il quale l’anima bergamasca e quella bresciana di Ubi avevano operato nell’ombra alle spalle di Consob e Banca d’Italia per spartirsi il controllo dell’istituto di credito nato dalla fusione tra Banca Popolare di Bergamo e Banca Lombarda, si schianta contro i giudici della prima sezione penale del Tribunale di Bergamo, che assolvono tutti.

Su 31 imputati, solo una condanna per un reato "secondario". Sette anni di inchiesta smontati in dieci minuti di lettura del dispositivo. Dopo tre anni di udienze, il processo sulle presunte irregolarità nella gestione di Ubi Banca, si è chiuso con 29 assoluzioni.

Spicca l'assoluzione piena dell'81enne Giovanni Bazoli. Massiah è stato assolto perché il fatto non sussiste per tre capi d'imputazione relativi all'ostacolo alle funzioni di vigilanza e per un altro capo per prescrizione. Assolta anche la banca Intesa San Paolo dall'accusa di avere violato la legge 231 del 2001. Una sola condanna a un anno e sei mesi (pena sospesa) a Franco Polotti, all'epoca presidente del consiglio di gestione di Ubi.

Il giudice Stefano Storto (a latere Maria Beatrice Parati e Andrea Guadagnino) ha emesso un verdetto tranciante su praticamente tutti i capi di accusa per praticamente tutti gli imputati:

Giovanni Bazoli: per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste; per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Victor Massiah (ex ad di Ubi): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste; per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Emilio Zanetti (ex presidente del Consiglio di gestione (Cdg)): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste; per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Andrea Moltrasio (ex presidente Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste; per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Franco Polotti (ex presidente Cdg): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste; un anno e mezzo con pensa sospesa per omessa comunicazione alla Consob su un finanziamento concesso da Ubi a una società a lui riconducibile.

Ubi Banca (coinvolta come persona giuridica), ora Intesa Sanpaolo: responsabile per le condotte penalmente rilevanti dei suoi amministratori, il fatto non sussiste.

Mario Cera (ex presidente vicario Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Francesca Bazoli (ex membro Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Enrico Minelli (ex Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Flavio Pizzini (ex Cdg): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Federico Manzoni (ex Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Pierpaolo Camadini (ex Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Giuseppe Calvi (ex vicepresidente Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Italo Lucchini (ex Cdg): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Armando Santus (ex vicepresidente Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Mario Mazzoleni (ex Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Carlo Garavaglia (ex Cds): per il reato di ostacolo alla vigilanza e patto occulto, il fatto non sussiste.

Italo Folonari: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Marco Mandelli (ex direttore responsabile Ubi): per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Gemma Maria Baglioni: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Enrico Invernizzi: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Antonella Bardoni: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Matteo Brivio: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Angelo Ondei: per l'illecita influenza è intervenuta la prescrizione.

Ettore Medda (ex Cdg): per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Giuseppe Sciarrotta: per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Guido Marchesi: per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Rossano Breno: per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Stefano Lorenzi: per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Giovanni D'Aloia: per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Ettore Ongis (direttore di PrimaBergamo): per l'illecita influenza, non ha commesso il fatto.

Le motivazioni della sentenza arriveranno a inizio 2022. Va però sottolineato come i giudici, sebbene il reato di illecita influenza fosse prescritto per tutti gli imputati, per molti di loro abbiano comunque voluto entrare nel merito, assolvendo ben dieci persone da questo capo d'accusa per non aver commesso il fatto.

Che il verdetto potesse essere così "duro" per l'accusa (di fatto, è stato smontato totalmente l'intero castello accusatorio) lo si era intuito dal fatto che al fianco del pm Paolo Mandurino, al momento della lettura della sentenza, si siano presentati il procuratore capo di Bergamo Antonio Chiappani e il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota, quasi a voler dimostrare unità e vicinanza al pm. Un gesto simbolico. A margine della lettura del dispositivo, Chiappani ha laconicamente affermato: «Le sentenze non si commentano, o si accettano o si impugnano». Va però sottolineato che ad aprire l'inchiesta e a portarla avanti per gran parte fu, in realtà, un altro pm, Fabio Pelosi, che poi ottenne il trasferimento e passò l'intero corposo fascicolo a Walter Mapelli prima e a Mandurino poi, il quale non ha potuto fare altro che portarlo a termine seguendo la strada già tracciata.

La nascita dell'inchiesta e le accuse

L'inchiesta nacque nell'ormai lontano 2014, quando l'Adusbef, ma soprattutto i consiglieri di minoranza Giorgio Jannone, ex parlamentare di Forza Italia, e Andrea Resti, usciti sconfitti dall'assemblea Ubi del 2013, presentarono degli esposti sui risultati della stessa. Ufficialmente, le indagini presero il via nel novembre 2014 e si chiusero due anni dopo con trenta le persone iscritte nel registro degli indagati. Tuttavia, Resti non si è mai costituito parte civile, mentre Jannone sì, salvo poi uscire dal processo a febbraio 2021 dopo aver transato economicamente (ovvero aver preso dei soldi) con Intesa, che nel frattempo aveva acquisito Ubi.

Tornando all'inchiesta, due erano i filoni d'indagine: l’ostacolo all’attività di vigilanza di Consob e Banca d’Italia, alle quali, secondo l'accusa, erano stati nascosti dei patti parasociali (i cosiddetti "patti occulti) tra l’anima bergamasca e quella bresciana della banca per gestire a loro vantaggio l'istituto; l'influenza illecita sull'assemblea per aver "truccato" l'esito del voto attraverso un massiccio ricorso alle deleghe in bianco.

Dopo tre anni di processo e 25 richieste di condanna da parte del pm su trentuno imputati, eccoci giunti al verdetto di primo grado. Un verdetto che restituisce alle persone accusate l'onorabilità (ma non i tantissimi soldi spesi in avvocati, è giusto ricordarlo) e che certo non fa onore, invece, all'operato della Procura di Bergamo in questi sette, lunghissimi anni.



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